linea calda — il nostro “mondo fuori”, ma da dentro — ep.sei: ciano

linea calda è una rubrica di interviste anonime ad atleti e professionisti del mondo della montagna.
è uno spazio, questo, in cui vengono riportate le contraddizioni, le illusioni, i no-sense che un professionista è costretto ad affrontare oggigiorno nell’industria di mamma outdoor. il tutto senza tanti fronzoli.
ai partecipanti, per garantire loro la massima libertà d’espressione, è stato cambiato il nome; a qualcuno di loro anche il sesso. da qui il carattere anonimo del format.

ho deciso di iniziare questa rubrica perché il mondo della montagna ha preso una direzione che mi preoccupa e che credo sbagliata -o sicuramente migliorabile- per noi che la frequentiamo e, ovviamente, per la natura stessa. ci sono tanti miti da sfatare, comportamenti che richiedono una certa consapevolezza, retoriche superate. e tanto altro che non conosco ma che spero di venire a conoscere intervista dopo intervista.

lamento delle forti e ingiustificate frustrazioni verso qualsiasi pensiero o azione che non reputo, anche se in minimissima parte, indirizzate verso il bene comune, qualcosa di più grande. questo podcast non verbale ha l’unico e ambizioso scopo di far riflettere, e perché no, di migliorarci.

non mi capacito di non aver intervistato ciano prima di oggi.
ciano ed io ci conosciamo da un bel pò di tempo e se c’è una cosa che posso dire di lui è che ha le idee chiare. lui è “senza fronzoli”, come la rubrica, come qualsiasi persona di sostanza.
qualche giorno fa l’ho sentito al telefono. era stanco, anzi, aveva proprio i coglioni girati per dei motivi che non ha voluto svelarmi; roba di lavoro comunque.
ciano si definisce un “glisser”, che se ho capito bene erano i cosiddetti “scivolatori”, che per la prima volta si sono radunati nel 1981(o era 1980? 0 1984? una data certa non l’ho trovata - se qualcuno potesse aiutarmi) a chamonix in un festival dal nome “Nuit de la glisse” appunto.
gli sport di scivolamento, luciano, li ha praticati proprio tutti.
come succedeva ogni anno in questo festival itinerante, spero che le sue parole scivolino in maniera altrettanto liscia rispetto a quello che vi state apprestando a leggere. ecco, diciamo che proprio liscio, o leggero, proprio non ci è andato. io ve lo avevo detto: è un personaggio senza fronzoli.

TRALASCIANDO IL FATTO CHE TI SIA STATO CHIESTO, PERCHÉ HAI DECISO DI PARTECIPARE A QUESTA RUBRICA?

Perché oggi ho bisogno di sfogarmi.

QUALI SONO I PRINCIPALI PROBLEMI DELL’INDUSTRIA DELL’OUTDOOR, ORA COME ORA?

Il principale problema dell’industria outdoor sta proprio nel concetto di industria. La commercializzazione dell’attrezzatura per la montagna è in mano , non in assoluto, a persone che hanno come obbiettivo primario la produzione di profitto, budget, obbiettivi, fogli di calcolo, e la realizzazione di materiale che sia efficiente e utile all’utilizzatore finale. tutto questo diventa un obbiettivo subalterno al profitto. O meglio il profitto è in genere la linea guida nella realizzazione di un prodotto. Il risultato è la messa sul mercato di prodotti cosiddetti nuovi, dove l’unica novità è sono i colori o altri dettagli insignificanti.
Molte aziende hanno ormai sviluppato e potenziato il reparto marketing a discapito dell’R&D. Tutta la parte di ricerca e sviluppo ormai è in oriente, quindi le aziende sono ormai commerciali.
Ormai nelle aziende abbiamo manager che sono completamente avulsi al mondo outdoor. Il risultato è un impoverimento e omogeneizzazione di questo mercato. C’è poca sostanza e tante chiacchiere.

QUALI SONO INVECE LE PROBLEMATICHE PRINCIPALI CHE RISCONTRI, NEL TUO SETTORE, OGGIGIORNO?

La mancanza di una cultura outdoor nel personale interno alle aziende e la crescita del peso dei social (e di conseguenza degli influencer) hanno come conseguenza un impoverimento qualitativo della proposta (d’altra parte se non ho la capacità di scegliere il risultato non può essere altro che questo).
Inoltre la moda si sta interessando al mondo outdoor come nuova frontiera di business; questo porterà alla distruzione di questo mondo… perché gli inglesi dicevano non conta cosa fai ma come lo fai.
Ora contano le visualizzazioni… Lo stile è solo stile nel taglio dell’abbigliamento.

QUALE È STATA LA COSA PIÙ STRANA CHE TI SIA STATA CHIESTA? A QUALI COMPROMESSI SEI DOVUTA SCENDERE?

Di richieste assurde me ne hanno fatte tantissime e non vorrei fare degli esempi per una questione di privacy, ma credo che che rimango piuttosto sconvolto di fronte all’incoerenza palese di più di qualcuno. Per questo motivo credo che il vero alpinismo sia finito negli anni ‘70, quando è intervenuto il professionismo: è finita la poesia ed è subentrato il mero consumismo a discapito della montagna.

DI COSA HA BISOGNO UN PROFESSIONISTA, RELATIVAMENTE AL TUO SETTORE DI RIFERIMENTO, IN QUESTO PERIODO STORICO?

Il professionismo ha rovinato l’outdoor in generale. Il termine di Freeride, la Red Bull in epoca moderna, la sector no limits negli anni ‘80, la filosofia gopro… tutte cose che hanno portato più di qualcuno oltre il limite non solo della decenza, ma anche della sopravvivenza. Il professionismo porta soldi e i soldi portano guai. e comunque con il professionismo c’è il concreto pericolo che metti il denaro davanti alla saggezza.
Con l’avvento del professionismo devi fare la performance, devi stupire, devi creare un prodotto. Un prodotto capite? Il prodotto è il fine (o la fine?).
Per una brutta questione di militarismo alpino, Bonatti dormí fuori da una tenda sopravvivendo e creando il suo mito. Oggi per creare il mito bisogna esagerare senza averne motivo… D’altra parte oggi se non sei sulle piattaforme social non esisti.

DI COSA HA BISOGNO LA MONTAGNA INVECE?

La montagna avrebbe bisogno di più persone a vari livelli che educhino al rispetto; per la natura, per la montagna, per gli esseri viventi che vi abitano. Molti scambiano la montagna o l’ ecosistema in un lunapark. Questo è profondamente sbagliato.

TI PIACEREBBE UN GIORNO RIVELARE AI LETTORI LA TUA IDENTITÀ E FARTI PORTAVOCE DI QUANTO HAI SCRITTO?

Molto meglio che le parole non abbiano un volto. quanti sono i libri che leggiamo e di cui non conosciamo il volto dello scrittore? Le parole, se scritte, appartengono all’anima, forse.

SAPRESTI DARE UNA POSSIBILE SOLUZIONE ALLE PROBLEMATICHE CHE HAI EVIDENZIATO?

Bisogna rallentare, andare in un bosco, cercare il profumo del muschio a primavera e ascoltare il cinguettio degli uccelli. I 1000 metri di dislivello orari dequalificano il paradiso in cui siamo immersi.

COS’HA QUESTO MONDO, QUELLO OUTDOOR, DI DIVERSO DA TUTTO IL RESTO CHE TI CIRCONDA?

Ovviamente questo è un mondo di appassionati e la realtà è che c’è una vera comunità di amanti della vita all’aria aperta, che fanno sport, che cercano di vivere a contatto e con i ritmi della natura. Credo che sia questa la più grande differenza dal mondo che ci circonda, quello civile.
la filosofia outdoor ti porta ad essere più vicino al tuo istinto animale, più vicino alla natura.
Più naturalmente umano.

C’È QUALCOS’ALTRO CHE CI TERRESTI PARTICOLARMENTE AD
AGGIUNGERE?

Un caro saluto e un abbraccio a tutti