MORIRE PER AMORE

LA STORIA DI NUNO SANTOS

MP_NunoSantos_122018_008.JPG
 
 

Stava fissando l’orizzonte dalla punta del promontorio con un fare da ispettore, come se stesse indagando su qualcosa, come se stesse cercando una risposta.

Sembrava una persona in ascolto, come se la soluzione ai propri interrogativi gli venisse portata dal vento, dall’acqua o dai caldi raggi di sole di quella sera. Indossava un paio di occhiali neri con le lenti scure e le stanghe spesse. Aveva le mani nelle tasche di un giubbetto, anch’esso nero, e teneva una gamba alzata sul muretto di fronte a sé in una posa da lupo di mare, come un capitano sulla prua di un veliero. La luce incendiava il cielo con tonalità di rosso, arancione e blu, e filtrava nell’acqua spumeggiante e ondeggiante dell’oceano che ne assorbiva le sfumature. Nuno è un uomo alto e robusto. Ha la testa tonda, leggermente allungata, e i suoi sono capelli cortissimi, quasi rasati. Ha una barba della stessa lunghezza e foltezza, motivo per cui non si riesce bene a distinguerne l’inizio o la fine nelle zone delle tempie e del naso. Ha la carnagione olivastra, esaltata da un’abbronzatura notevole. Gli occhi, neri e profondi, danno fiducia a chi incrocia il suo sguardo. Lo sportello aperto dell’auto lascia intravedere una tavola da surf, nera ovviamente.

Nuno è un surfista.

Gli chiedo delle informazioni sulle condizioni che ci sarebbero state nei giorni successivi in quella nota regione del Portogallo, la Praia do Norte di Nazarè. Sono partito assieme al mio amico Thomas per documentare il ristretto ed emozionante mondo del big waves surfing. Con questo termine si denota una pratica del surf su onde che superano i 5-6 metri di altezza. Affinché le onde possano superare certe dimensioni, occorre generalmente che si realizzi una serie di importanti fattori. In genere deve manifestarsi una perturbazione abbastanza potente che sia in grado di smuovere una massa d’acqua considerevole (cicloni, tifoni, uragani, chi più ne ha più ne metta) che a sua volta si riversa sulla costa in forma di mareggiata. Non tutti i tratti di costa permettono agli enormi muri d’acqua d’infrangersi regolarmente per essere surfati. In primis va studiata la posizione dello spot rispetto allo swell: se siamo troppo vicini alla sorgente della tempesta, le onde saranno grandi, ma anche caotiche e sporche; se troppo lontani invece le dimensioni si rimpiccioliranno lentamente. Un altro fattore importante è la batimetria del fondale in prossimità e lontano della costa, responsabile della misura finale dell’onda. Infine il vento locale nell’area in cui si surfa assume un fattore ancora più importante, poiché determina la qualità dell’onda. In questo caso è da preferirsi vento debole off-shore (da terra verso il mare) poiché rimuove pericolose increspature all’onda che spesso sono motivo di caduta in acqua.
La Praia do Norte di Nazarè è da una ventina di anni la mecca in cui si formano le onde più alte del mondo. Nel novembre del 2017 il brasiliano Rodrigo Koxa ha infatti stabilito il record dell’onda più grande mai surfata al mondo (80 piedi che corrispondono a 24 metri). Prima si parlava solo di Jaws a Maui, Mavericks ad Half Moon Bay e Teahupoo a Tahiti. La caratteristica che rende Nazarè così particolare è unica nel suo genere: il suo fondale si estende sul Canyon sottomarino più lungo d’Europa, che ha una lunghezza di 230 km e profondità fino a 5000 metri. Affinché si possano generare onde eccezionalmente grandi, l’energia dello swell deve convergere dal Canyon proprio verso Praia do Norte. Inoltre in prossimità dello spot c’è uno scalino sottomarino che genera un impressionante salto di livello del fondale, da alcune centinaia a poche decine di metri.
Mentre Nuno si dilunga in questa spiegazione minuziosa abbiamo entrambi lo sguardo rivolto verso quella costa sferzata in maniera prepotente dalle onde. Parliamo come se già ci conoscessimo, senza nemmeno guardarci negli occhi. La mia attenzione rivolta a quella marea così rumorosa si smorza nel momento in cui Nuno mi dice:

“Nella vita faccio il musicista. Ah e mi piace suonare il violino mentre faccio surf”.


Mi volto pensando di aver capito male, ma il suo ottimo inglese non lascia spazio a fraintendimenti. Nuno suona il violino mentre cavalca onde giganti. Nuno è un personaggio noto a Nazarè, ma Thomas e io non lo sappiamo. Siamo partiti per questo luogo senza raccogliere informazioni proprio per poterci sorprendere in incontri inaspettati come questo. È una tecnica che consiglio di sperimentare. Nuno è un fiume in piena ora. Mi racconta che ha conosciuto la musica quando era ancora piccolo e che il surf è arrivato piano piano, col tempo. È stata un’opportunità come un’altra fuori dalla porta di casa. Mi dice che è anche un appassionato alpinista. È proprio sulle montagne che ha trovato l’ispirazione per unire, in maniera stravagante, il violino e il surf. Lo ha suonato la prima volta sulle montagne dell’Ecuador in compagnia di un amico. Da quel momento ha pensato di portarsi il violino sulle cime di tutto il mondo per diffondere un messaggio di armonia della natura e di fusione degli elementi. Suonare sulla tavola da surf è stata una spontanea conseguenza di quel semplice gesto.
Nuno ama la montagna forse anche più dell’oceano. Lo leggo nei suoi occhi e lo sento dal tono della sua voce. La montagna per lui è evasione, ricerca, pace. Una big wave non è altro che la reincarnazione della montagna in una forma mutevole e dinamica. È proprio al di là del promontorio lungo e stretto di Nazarè che Nuno torna quotidianamente a scalare: la schiuma spumosa si trasforma in neve riportata dal vento e l’azione del cavalcare un’onda diventa la fuga da una valanga fragorosa. In tutto quel caos di correnti sottomarine riesco a immaginare Nuno alzarsi sulla sua tavola e comandare per una decina di secondi le onde con il suono del suo violino. Lo sfregamento dei crini sulle corde sancisce la fine di quella dimensione caotica e stacca l’inizio di una realtà imposta dalle sue dita sapienti. Una melodia che profuma di morte. Un requiem. L’onda ha la doppia faccia di angelica seduttrice e di spietata assassina. Nel surf il margine d’errore dato dall’inesperienza o dalla disattenzione è minimo: un wipeout dalla tavola può essere fatale. Per fare un esempio abbastanza concreto, un’onda di 10 metri di altezza con un fronte frangente di 20 metri scarica sul corpo di chi ne è vittima una pressione di 410 tonnellate di peso. La tecnologia aiuta il surfer con caschi resistenti e mute provviste di airbag a inflazione, ma quello che previene la catastrofe è l’esperienza. “Se cadi, muori”, mi dice Nuno in tono serio. E il rischio di cadere è alto. Le conseguenze sono disastrose. Nella caduta infatti ci si deve raggomitolare per evitare la slogatura delle articolazioni e di conseguenze l’annegamento. Occorre inoltre avere un’ottima preparazione fisica, soprattutto aerobica e polmonare, poiché essere travolto da un’onda può significare stare tanto tempo sott’acqua prima di poter riemergere, un intervallo che permette a un’altra onda di formarsi e infrangersi. Uno schianto vicino la scogliera invece significa morte certa. Nuno tira fuori il violino e inizia a suonare, mentre il sole scappa a occidente. Tra quella dolce melodia mi sorge una domanda: “perché rischiare così tanto”?
Cerco di immaginarmi la risposta dopo aver trascorso la giornata a guardare quei surfisti felici, spensierati, vagamente innamorati. Mi dico che le profonde sensazioni che si provano per il tempo in cui si cavalca un’onda devono essere davvero potenti se ti spingi tanto il là, fino a rischiare la pelle. Mark Foo, surfista statunitense, una volta disse: “Non è così tragico morire per qualcosa che si ama”. Mark annegò nel dicembre del 1994, mentre surfava a Mavericks, in California, mentre faceva quello che lui amava appunto. Perché non penso che si tratti solo ed esclusivamente di sconsideratezza, di rischiare la propria vita per sentirsi vivi, né tantomeno di vincere la morte. Penso che si tratti solo ed esclusivamente di amore. È un moto che spinge a mettersi in gioco, lottare e progettare, tanto da rischiare ogni tanto la morte.
Ascoltando la melodia di Nuno che si mescola con il suono e il profumo della natura, nello stesso momento in cui l’acqua si smorza a riva come la conclusione di una perfetta sinfonia, tutto sembra avere un senso.

Per un secondo, anche io, sono morto per amore.
Forse anche io morirei per amore.

 
MP_NunoSantos_122018_001.JPG
MP_NunoSantos_122018_002.JPG
MP_NunoSantos_122018_007.JPG
MP_NunoSantos_122018_003.JPG
MP_NunoSantos_122018_004.JPG
MP_NunoSantos_122018_006.JPG
MP_NunoSantos_122018_005.JPG
MP_NunoSantos_122018_023.JPG
MP_NunoSantos_122018_012.JPG
MP_NunoSantos_122018_010.JPG
MP_NunoSantos_122018_017.JPG
MP_NunoSantos_122018_027.JPG
MP_NunoSantos_122018_029.JPG
MP_NunoSantos_122018_030.JPG
MP_NunoSantos_122018_031.JPG
MP_NunoSantos_122018_033.JPG
MP_NunoSantos_122018_022.JPG
MP_NunoSantos_122018_024.JPG
MP_NunoSantos_122018_009.JPG
MP_NunoSantos_122018_025.JPG