90 ANNI DI PASSIONE

STORIA E RITRATTI DI ARRAMPICATA

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L’arrampicata non è uno sport. Non esiste un arbitro e le sue regole non stanno scritte in nessun codice, esistono nel buon senso e nell’etica dei suoi praticanti. Le regole non-scritte di questo non-sport originano dall’innovazione tecnologica, dal progresso e dalla visione degli scalatori stessi che nel tempo, affinando la pratica e spostando in avanti il limite delle difficoltà superabili, hanno portato questa attività oltre i confini sconosciuti, persino a loro stessi.

Buona parte della storia dell’arrampicata è stata scritta ad Arco e in Valle del Sarca. L’arrampicata sulle Alpi è nata in alta quota, sulle montagne ed è scesa al fondovalle. Dalle pareti delle Dolomiti è arrivata fino alle sponde del lago di Garda tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80. Gli alpinisti dell’epoca avevano iniziato a mettersi alla prova su percorsi più brevi ma tecnicamente sempre più difficili. Senza una vera intenzione e senza che quasi nessuno ne fosse consapevole stava nascendo un movimento nuovo, un modo di andare ad arrampicare che sarebbe poi diventato qualcosa di diverso, un fenomeno a se stante, con una propria identità, i propri dogmi e le proprie regole. All’inizio era un gruppo ristretto di persone: Manolo, Roberto Bassi, Heinz Mariacher, Luisa Iovane e pochi altri, loro erano i pionieri di questo nuovo modo di scalare che non aveva più necessariamente a che fare con il salire in quota o con l’andare in montagna. Questo sparuto gruppo di arrampicatori rappresentava anche il nocciolo duro dei consulenti tecnici e collaboratori di La Sportiva di quegli anni. Erano loro a guidare questo cambiamento nella tecnica e nella maniera di arrampicare e allo stesso modo erano loro a spiegare in azienda come le scarpette dovevano cambiare ed essere costruite. Fino ad allora le scarpe per arrampicare avevano dovuto soprattutto sostenere e proteggere il piede dello scalatore e durare nel tempo, da quel momento in avanti era evidente che si doveva chiedere alle scarpe di funzionare prima di tutto fornendo il massimo delle prestazioni possibili. Questi uomini e donne venivano dalla montagna e il loro background era quello dell’alpinismo dolomitico, istintivo e selvaggio, fatto di movimenti essenziali su roccia fragile, erano guidati nel loro salire dalla regola aurea di non cadere. Mai. Il volo in parete era stato fino ad allora un'evenienza da evitare ad ogni costo. Il fatto di arrampicare sul più rassicurante terreno di fondovalle invece permetteva loro di spingersi al proprio limite tecnico e godersi questa esperienza in un modo nuovo e giocoso, libero. Arrampicare ad Arco, alla Spiaggia delle Lucertole, significava portarsi dietro i valori, la visione etica e il rigore dell'arrampicata in montagna e dell’alpinismo ma al tempo stesso lasciarsi alle spalle i rischi e limiti dell’alpinismo sulle grandi pareti come quelle delle Dolomiti o dell’alta montagna.

Presto quel piccolo gruppo di montanari strappati alle Dolomiti scoprì un nuovo modo di arrampicare sui monotiri in calcare attrezzati dall’alto, dove non si doveva fare altro che spingere le proprie capacità fisiche al limite fino a che una serie di singoli, unici, durissimi movimenti che avrebbero consentito o meno di risolvere i rebus della massima difficoltà. Erano quelle scarpette aderenti e leggere dalla suola magica e le protezioni sicure a consentire il progresso tecnico. In falesia tanto per cominciare non bastava più essere alpinisti, bisognava diventare atleti ed allenarsi. In Valle del Sarca bisognava essere funamboli, giocolieri, innovatori, l’arrampicata era una cosa nuova. I piedi andavano spalmati sugli appigli, non appoggiati sul bordo della scarpa come sui gradini di una scala. Si cominciarono ad usare le suole in aderenza così come l’esterno e l’interno del piede, non si usava più soltanto la punta. Nel 1983 Heinz Mariacher e Roberto Bassi bucarono per la prima volta con un perforatore a mano la liscissima parete della Swing Area. Le protezioni da quel momento in avanti, in falesia, sarebbero state messe dove la natura consentiva di arrampicare liberi e non più soltanto dove era possibile proteggersi con dei chiodi da fessura.

Fu un passaggio decisivo quello, una rivoluzione culturale. Arrampicare avrebbe voluto dire, da lì in avanti, salire con le sole proprie forze. Seguì la chiodatura di altre pareti famose come La Spiaggia delle Lucertole, Massone e San Paolo. Le vie si moltiplicarono.

«Non si trattava soltanto di vincere la paura del volo. Si trattava piuttosto di entrare in una nuova dimensione dell’arrampicata, considerare l’errore parte del gioco e non un fallimento. L’arrampicata in falesia non ci chiedeva di rimanere entro i limiti dell’infallibilità ma al contrario di spingerci oltre e di metterci in gioco. Dovevamo tentare, provare e riprovare, senza scoraggiarci mai. Con l’esercizio e l’allenamento l’impossibile diveniva possibile. Avevamo inventato il gioco della difficoltà e per progredire accettare tra le eventualità possibili quella di cadere aveva richiesto un cambio di mentalità. Era bello sapere di non rischiare morire dopo una caduta. Era un altro gioco. Bisognava soltanto pensare in un altro modo, accettare l’evidenza che l’arrampicata poteva essere anche gioco, non soltanto eroismo e conquista». Manolo

Questa visione, questo nuovo modo di salire in verticale si manifestò come qualcosa che in Italia non esisteva prima. Arco divenne un immenso giardino di roccia che solo poche altre zone al mondo in Francia, in Inghilterra e negli Stati Uniti nella Yosemite Valley potevano offrire in quel momento. Le contaminazioni con quei mondi, con gli arrampicatori, con le tecniche e con i prodotti provenienti da quelle zone fu fondamentale. Quello che ne seguì nella zona della Valle del Sarca fu una vera e propria rivoluzione. La distanza sempre più ravvicinata delle protezioni prima e il confronto con arrampicatori di altre zone venuti per arrampicare ad Arco poi, annullò l’ultimo briciolo di memoria alpinistica che quel gioco continuava a incarnare. L’arrampicata da libera, poco alla volta, divenne sportiva. Si passò dal free-climbing allo sport-climbing, al tempo ancora non lo immaginavamo ma soltanto un decennio più tardi saremmo passati ad un’altra fase ancora, quello dell’indoor-climbing.

Quell’alone di avventura e di incognita che accompagnava ogni incursione nel mondo verticale, scomparve lentamente. L’arrampicata di fondovalle incominciò inesorabilmente a divenire sport e a spingere sé stessa verso l’innalzamento della performance e l’alta difficoltà. Non c’erano più limiti o meglio: i limiti erano lì proprio per essere superati, quello era il gioco. Arco per le sue falesie e il Trentino per via delle scarpette d’arrampicata più celebri del mondo che venivano prodotte in Val di Fiemme e utilizzate dai migliori arrampicatori in circolazione, divennero l’ombelico dell’arrampicata mondiale negli anni successivi. Arrivarono dapprima i tedeschi e poi altri climber da tutto il pianeta a confrontarsi con quel modo tecnico e raffinato di arrampicare necessario per superare le lisce placche di calcare. Si avviò grazie all'arrampicata di fondovalle quel fenomeno turistico che oggi chiamiamo turismo outdoor. Sulle rive del lago ai turisti e vacanzieri si sostituirono prima i climber e poi si aggiunsero nel tempo gli sportivi e gli amanti della vita all’aria aperta e le famiglie. Nemmeno gli imprenditori locali e la Provincia di Trento in quegli anni è probabile avessero idea del vero valore e della portata che questa rivoluzione avrebbe generato nei decenni a venire.

Gli anni del 1985 e del 1986 furono il turning point per quella che, in poco tempo, sarebbe diventata a tutti gli effetti una disciplina sportiva. Nel 1985 a Bardonecchia, sulla Parete dei Militi, aveva avuto luogo una gara di arrampicata su una parete rocciosa, la prima nel suo genere. L’anno successivo la competizione che prendeva il nome di Sportroccia si trasferì per un’edizione rinnovata e da disputarsi in due tappe ad Arco, che si preparò ad accogliere le competizioni anche negli anni successivi con uno sforzo organizzativo e con uno stile che era ancora tutto da inventare. Fu messo in piedi un evento in grande stile. Perfino gli spettatori, che arrivavano ad Arco per vedere i migliori scalatori del mondo in azione, escluse le vie in falesia su cui andare ad arrampicare non sapevano bene cosa aspettarsi. L’arrampicata era uno sport che si era praticato per decenni al riparo da sguardi indiscreti, nel silenzio dei monti. Gli scalatori erano stati fino allora personaggi schivi e silenziosi mentre i climber scoprivano finalmente la gioia di stare insieme e di condividere gli spazi pianeggianti alla base delle pareti oltre che quelli verticali. Arrampicare non era più una faccenda di solitudine e luoghi remoti. La scalata da azione circoscritta ai due elementi della cordata stava diventando sport individuale praticato in coppia, principalmente su monotiri.

«Tutti quei sassi erano solo sassi vicini alla campagna, alla città e alla confusione, vicini a un lago grande e tiepido. Quando sono ritornato ad Arco mi sono accorto che era quello che cercavo: roccia solida, difficile, comoda, ruvida e selvatica. Eravamo in pochi e questo ci permetteva di sentirci liberi insieme alle nostre regole, come facevamo sulle montagne. Quelle rocce erano ovunque, ogni giorno diverse e più belle. E a riempirle eravamo solo Heinz, Luisa, Roberto ed io» Manolo.

Erano anni di grandi dubbi e cambiamenti. Perfino le gare all’epoca, non era chiaro come bisognasse guardarle: mentre gli atleti scalavano le vie di gara agli spettatori si chiedeva di rimanere in religioso silenzio, proprio come succedeva e succede tuttora nelle partite di tennis, a Wimbledon ad esempio. Il Rock Master di Arco nato sulle ceneri di Sportroccia era (ed è tuttora) una sorta di Wimbledon nel tennis. Ai giorni nostri nelle fasi salienti delle gare, sui passaggi chiave, la gente urla e incita gli atleti come in uno stadio di calcio o di basket. A quell’epoca assisteva allo spettacolo in religioso silenzio.

Fu esattamente in quell’occasione, con l’avvento delle prime competizioni di Bardonecchia prima e di Arco poi che iniziarono a entrare nel Team La Sportiva anche atleti non trentini e provenienti da altre zone d’Italia o del mondo. Sull’onda del successo delle gare giunsero in Trentino altri climber di altissimo livello e si avviò un circolo virtuoso che percorreva una circonferenza più ampia rispetto al giro ristretto dei pionieri Manolo, Roberto Bassi, Luisa Iovane, Heinz Mariacher. Entrarono nel team atleti francesi, americani, russi, tedeschi, gli atleti davano visibilità alle calzature e i climber-spettatori giunti ad Arco per vedere le gare desideravano a loro volta acquistare i modelli più evoluti di scarpe in quelli che erano i primi pro-shop del paese. Le scarpette La Sportiva, spavalde nel look e innovative nella comunicazione con slogan che inneggiavano un utopistico Climbing on the Moon, sperimentarono una gamma di colori fino a quel momento mai vista. In un mondo alpinistico in cui dominavano il rosso e il blu o i colori naturali, le pedule in pelle, La Sportiva arrivò nei negozi prima con il viola e il giallo delle Mariacher e poi in seguito con l’ancora più coraggioso turchese e fucsia delle rivoluzionarie scarpe Mega e Kendo.

L’intuizione di uno sparuto gruppo di visionari divenne un movimento che continuò in una vera e propria rivoluzione. E la rivoluzioni come tutti sanno, sono sempre espressione di bisogno di cambiamento. Ad Arco in quel periodo avvenne soprattutto questo: un cambiamento epocale.

Si avviò un processo che avrebbe cambiato per sempre non soltanto le attrezzature, le scarpe e il modo in cui andiamo ad arrampicare ma soprattutto la nostra idea di performance, di alpinismo e di relazionarci con gli altri appassionati come noi.
Passammo dalla cordata al team. Fu un periodo unico e magico, irripetibile. Furono formidabili, quegli anni.